sabato 30 aprile 2016

Il Castello di Porciano a Pratovecchio Stia, Arezzo

L'antico Castello di Porciano a Pratovecchio Stia (Arezzo) oggi ospita un interessante museo agro-pastorale ed archeologico che testimonia la storia di questo affascinante angolo del Casentino. La vetusta fortezza, che già intorno al 1007 avrebbe ospitato i Conti Guidi, attualmente è di proprietà della signora Martha Specht Corsi, figlia di George Anderson Specht che, insieme alla moglie Flaminia, tra il 1963 e il 1973 si occupò del recupero del castello toscano.

Il Museo del Castello di Porciano, che fa parte della rete Ecomuseale del Casentino, ,è così articolato: al piano terreno si trova un'interessante mostra di oggetti antichi di uso agricolo-domestico e un piccolo “Angolo Americano” con oggetti dei Pionieri e dei Nativi Americani collezionati da George Specht; al primo piano invece sono conservati i reperti archeologici provenienti dagli scavi fatti nella zona del Castello medievale e documenti che raccontano il restauro dell'antica residenza signorile; infine al secondo piano si può ammirare il cosiddetto “Salone di Dante”, la grande sala di rappresentanza del castello. Durante l'esilio in Casentino, l'Alighieri avrebbe infatti dimorato nell'edificio come ospite dei Conti Guidi. Secondo la tradizione il Sommo Poeta avrebbe scritto qui le famose tre lettere: “Ai Principi e Popoli d'Italia”, “Ai Fiorentini” e “Ad Arrigo VII” (1311).
L'imponente torre palaziale del Castello di Porciano risale al XIII secolo, quando la famiglia dei Guidi iniziò a conferire alla residenza un caratteristico aspetto fortificato, che la rende un particolare esempio di architettura residenziale e militare al tempo stesso. Nel 1442 Ludovico, ultimo conte di Porciano, rinunciò a tutti i suoi diritti feudali sulla contea, facendosi monaco e da quel momento anche il Castello di Pratovecchio passò nelle mani della Repubblica Fiorentina. Nel XVIII secolo l'abate conte Giuseppe Goretti de Flamini acquistò il castello come rudere. Nel 1913 Goretto Goretti de Flamini, nonno dell'attuale proprietaria salvò dal crollo la torre installando quattro catene di ferro a metà dell'altezza dell'edificio. Grazie alla famiglia di Martha Specht la fortezza toscana è stata restaurata e si offre oggi ai visitatori, raccontando tutta la sua storia.

Il Museo è aperto nei giorni festivi dal 1° maggio al 31 ottobre. 
Orario: 10,00-12,00 e 16,00-19,00
Per informazioni e prenotazioni:
337 671277 – 055 400517
info@castellodiporciano.com
www.castellodiporciano.com

giovedì 28 aprile 2016

".... è tutto un altro paio di maniche" una curiosità storica sulla nostra bella lingua italiana.

La lingua italiana è fatta di tanti modi di dire, usati talmente spesso da tutti noi tutti i giorni, che ormai non ci facciamo più caso.
Uno fra loro è sicuramente "è tutto un altro paio di maniche" che letteralmente significa che quella cosa non è assolutamente paragonabile ad un'altra, in senso sia negativo che positivo. Ma sapete da dove proviene questa espressione? Dalla moda femminile. Più precisamente dalla moda femminile del Rinascimento.
Le dame rinascimentali indossavano prima una camicia di cotone bianca,lunga fino ai piedi che veniva poi interamente ricoperta da un abito riccamente decorato (come possiamo vedere in alcuni ritratti di Raffaello, Piero della Francesca, Leonardo,ecc...).Il vestito in realtà era senza maniche. In poche parole era formato solo dalla gonna e dal bustino. Le maniche invece erano intercambiabili e venivano legate al resto del vestito tramite fiocchi o bottoni, tant'è che spesso uscivano degli sbuffi della camicia nel punto esatto in cui venivano attaccate. Questa prassi dava l'idea che le giovani donne indossassero ogni giorno un vestito diverso, ma in realtà era sempre il solito, solo le maniche cambiavano. Da qui il famoso detto. Articolo di Francesca Messina, la nostra guida turistica di riferimento per Firenze e Provincia.

lunedì 18 aprile 2016

“L’orologio del Brunelleschi a Scarperia”

Tutti conoscono Filippo Brunelleschi come l’architetto che ha realizzato la cupola di Santa Maria del Fiore, una doppia cupola autoportante che è diventata il simbolo di Firenze, ma in pochi sanno che fu anche un bravo orologiaio.

Giorgio Vasari scrive ne “Le vite” a riguardo: “lavorò di sua mano alcuni oriuoli bonissimi e bellissimi”.
L’orologio era di fondamentale importanza per scandire i ritmi della giornata. Fino alla fine del 1700 si utilizzò il sistema dell’hora italica: il giorno partiva dal tramonto ed era suddiviso in 24 ore. La prima ora del giorno si chiamava “or di notte” perché il sole iniziava a calare, l’ultima ora invece “or dell’Ave Maria” perché prima del tramonto si pregava. Il sistema variava in base al periodo dell’anno e alle condizioni di luce e l’incarico di rimettere l’ora era affidato al maestro temperatore, un professionista altamente specializzato solitamente assunto dal Comune.
L’orologio del Brunelleschi funziona proprio secondo l’hora italica, un po’ come quello che c’è in Duomo a Firenze di Paolo Uccello che è di un anno più antico e che l’architetto aveva potuto sicuramente vedere e studiare.
L’orologio fu commissionato dal Comune di Scarperia al Brunelleschi nel 1445 ed è oggi conservato all’interno del Palazzo dei Vicari, anche se purtroppo manca di diverse parti.

Dai documenti sappiamo che Brunelleschi avrebbe dovuto incassare 20 fiorini per questo oggetto, ma nel 1446 muore e ancora il conto non era stato saldato. Ecco quindi che questo orologio diventa l’oggetto di una causa tra il Buggiano (figlio adottivo e collaboratore di Ser Filippo Brunelleschi) ed il Comune di Scarperia che ancora doveva versare 12 fiorini.
Buggiano si rivolse al Tribunale di Mercatanzia a Firenze, ma fu la Magistratura del contado a risolvere la diatriba: il Buggiano venne indicato come legittimo erede di Brunelleschi e il Comune di Scarperia fu costretto a finire di pagare l’orologio che è oggi una delle attrattive più importanti e interessanti del Mugello.

Articolo di Giulia Bozzi www.facebook.com/firenzeconguida.it/la nostra guida referente di Firenze e dintorni

giovedì 7 aprile 2016

Peposo dell’Impruneta: approfondimenti e curiosità

Lo sapevate che:
Uno dei piatti più famosi della cucina toscana è sicuramente il peposo dell’Impruneta, piccola cittadina della campagna fiorentina.
Il peposo non è altro che uno spezzatino di carne a base di muscolo di chianina cucinato in grandi vasi di terracotta, con del buon vino Chianti, pepe e aglio. Ricetta inventata dagli addetti alla cottura dei mattoni nelle fornaci imprunetine, fu molto amato dagli operai di Filippo Brunelleschi.
Il grande architetto rinascimentale nel 1418 fu incaricato dall’Opera del Duomo, di progettare la famosissima cupola della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, battendo il suo acerrimo nemico Lorenzo Ghiberti. Gli operai del tempo erano soliti andare per pranzo nelle osterie fiorentine a mangiare il buonissimo spezzatino, accompagnandolo con del buon vino rosso. Una volta finito di pranzare se ne tornavano sui ponteggi della cupola un po’ “brilli”. Brunelleschi, rendedosi conto che così facendo si perdeva solo tempo, ebbe due idee geniali: la prima era quella di far mangiare i suoi operai direttamente sul posto di lavoro, portando lo spezzatino sui ponteggi grazie a delle impalcature inventate appositamente.

La seconda fu quella di speziare di più la carne, e farla mangiare con vino e pane. In questo modo la mollica avrebbe assorbito le grandi quantità di vino bevute, gli operai non avrebbero perso tempo per andare in bagno a fare pipì e non avrebbero rischiato di cadere giù perchè ubriachi.





Articolo di Francesca Messina - Guida turistica referente di Vivere la Toscana della zona di Firenze e dintorni

giovedì 31 marzo 2016

48esima Sagra del Ciambellino a Rigomagno, Sinalunga. Dal 2 al 3 aprile 2016

La 48ª edizione della Sagra del Ciambellino si terrà Sabato 2 e Domenica 3 aprile 2016 a Rigomagno, frazione nel comune di Sinalunga, in provincia di Siena. Il ciambellino è un dolce caratteristico della zona della Valdichiana senese e aretina, solitamente preparato per Pasqua e per omaggiare l'arrivo della stagione primaverile. A Rigomagno per tradizione la festa dedicata al dolcetto tipico si celebra la prima Domenica dopo Pasqua ovvero la Domenica in Albis, che quest'anno cade il 3 Aprile.

La prima edizione della sagra gastronomica risale al 1968, quando si racconta che alcuni giovani di Rigomagno passarono di casa in casa chiedendo ciambellini per festeggiare la Domenica. Il dolce ha sicuramente origini più antiche ed è preparato con pochi semplici ingredienti genuini, come la maggior parte dei dolci tipici toscani. Olio extravergine di oliva di Rigomagno, zucchero, uova, burro, farina, vaniglia, liquore e semi di anice sono gli ingredienti fondamentali della ricetta classica. La lavorazione è lenta e delicata e la cottura prevede una fase di bollitura. Ciò consente di conservare i ciambellini per un tempo più lungo rispetto alla semplice cottura in forno.
La festa ha inizio il Sabato sera con una cena conviviale a base di piatti della tradizione contadina: minestra di pane, ribollita, colli ripieni con salsa verde, ciambellino e vinsanto toscano. Durante la mattina della Domenica in Albis i ciambellini, da consumare durante la Sagra vera e propria, sono benedetti durante la Santa Messa. Nel pomeriggio iniziano i festeggiamenti con musica, sbandieratori, mercatini e vendita dei caratteristici dolci a forma di ciambella. A chiusura della manifestazione vi sarà una cena a base di pici, carne alla brace e naturalmente ciambellini.

Ecco il programma della Sagra del Ciambellino 2016 a Rigomagno, Sinalunga (SI)

Locandina della Sagra del Ciambellino a Rigomagno

SABATO 02 APRILE

ore 19.30 Cena della tradizione aspettando la Sagra del Ciambellino

DOMENICA 03 APRILE

ore 09.30 Santa Messa con benedizione del Ciambellino e Festa della Famiglia
ore 10.00 mercatino degli hobbisti, dell'artigianato, delle opere dell'ingegno e dei prodotti tipici
ore 15.00 inizio degustazione e vendita del Ciambellino
ore 16.00 spettacolo musicale con ORCHESTRA ROSSO DI SERA
ore 17.30 esibizione del GRUPPO SBANDIERATORI di BETTOLLE
ore 19.30 cena di chiusura Sagra a base di pici, carne alla brace e CIAMBELLINO

Per maggiori informazioni visitare il sito http://www.rigomagno.it

giovedì 17 marzo 2016

La festa del papà o meglio del babbo in Toscana. Frittelle e feste tradizionali

Il 19 Marzo giorno di San Giuseppe si festeggia la Festa del papà, che in Toscana è chiamato più frequentemente “babbo”. Anche da recenti studi dell'Accademia della Crusca la parola “babbo”, a differenza del francesismo “papà”, sarebbe nata proprio in Italia, diffusa specialmente nelle regioni centrali e in Sardegna (dove però sta cadendo in disuso). Citata anche dal sommo poeta Dante Alighieri, la parola “babbo”, una delle prime da essere pronunciata dai bambini, ha un significato affettivo molto forte e spesso è usata per differenziare un padre qualsiasi dal proprio genitore, rimarcando il legame unico e indissolubile tra babbo e figlio. 

Per festeggiare la Festa del Papà in Toscana si preparano deliziose frittelle di riso (cliccate qui per la nostra ricetta) e in molte zone della nostra regione si svolgono eventi gastronomici dedicati proprio al dolcetto ricoperto di zucchero. Anche quest'anno si festeggiano sagre della frittella il 19 e il 20 marzo a Greve in Chianti (FI), domenica 20 marzo a Chiusi della Verna (AR), ad Anselmo (Montespertoli, FI), e in altre località toscane. Alcune feste tradizionali, come la Torciatadi San Giuseppe a Pitigliano (GR), sono legate anche a riti propiziatori per l'inizio della stagione primaverile (clicca per leggere il post dedicato).
Sia che chiamate vostro padre “papà” oppure che lo chiamiate “babbo”:
Vivere la Toscana vi augura una felice Festa di San Giuseppe!

Per avere qualche idea sui regali, cliccate qui!

martedì 8 marzo 2016

Grandi toscani. Margherita Hack

Oggi nella nostra rubrica Grandi Toscani vogliamo rendere omaggio a Margherita Hack, famosissima astrofisica fiorentina, insegnante, ricercatrice, scrittrice e grande donna italiana che merita di essere ricordata a maggior ragione per la ricorrenza dell'8 Marzo, Festa della Donna. 
Nata a Firenze il 12 giugno 1922 e scomparsa il 29 giugno 2013, Margherita Hack è stata la prima figura femminile a dirigere un osservatorio astronomico in Italia, dando speranza a numerose studiose che aspirano a ruoli di rilevanza, spesso riservati esclusivamente agli uomini.

Roberto Hack era un contabile fiorentino di origini svizzere di religione protestante, mentre la madre di Margherita, Maria Luisa Poggesi, toscana, lavorava come miniaturista alla Galleria degli Uffizi ed era di religione cattolica. Entrambi i genitori abbandonarono la loro religione d'origine per aderire alla Società Teosofica Italiana, basata sul fondamentale diritto alla libera ricerca e sul conseguente rispetto di tutte le idee. Margherita nel corso della vita approderà invece all'ateismo, essendo avversa ad ogni forma di superstizione e ritenendo che l'etica derivasse non dalla religione, ma da “principi di coscienza”. Come i genitori Margherita divenne vegetariana e orientata politicamente contro il Fascismo.
Frequentò il liceo classico “Galileo” di Firenze, distinguendosi anche nello sport, in particolare nel salto in alto e in lungo. Frequentò la Facoltà di Fisica all'Università di Firenze, laurendosi nel 1945 con una tesi di astrofisica sulle Cefeidi e ricevendo una votazione di 101/110. Nel 1944 aveva sposato l'amico d'infanzia Aldo De Rosa, che la sosterrà e la seguirà in ogni suo spostamento durante la carriera accademica. Dopo la laurea, Margherita iniziò a lavorare come assistente presso l'Osservatorio astronomico di Arcetri, dove aveva raccolto i dati per la sua tesi, e contemporaneamente si dedicò all'insegnamento presso l'Istituto di Ottica dell'Università di Firenze.
Dal 1948 al 1951 la Hack insegnò astronomia in qualità di assistente. Nel 1954 ottenne la libera docenza ed iniziò l'attività di divulgatrice scientifica. Successivamente si trasferì all'Osservatorio di Merate, vicino Lecco, una succursale dell'Osservatorio di Brera, tenendo anche corsi di astrofisica e di radioastronomia presso l'Istituto di Fisica dell'Università di Milano e iniziando a collaborare con università straniere come ricercatrice.
Dal 1964 fino al 1987 Margherita Hack diresse l'Osservatorio astronomico di Trieste, in qualità di professore ordinario di Astronomia all'Università di Trieste.
Fu membro delle più prestigiose società fisiche e astronomiche ed è stata anche direttrice del Dipartimento di Astronomia dell'Università di Trieste dal 1985 al 1991 e dal 1994 al 1997. È stata un membro dell'Accademia Nazionale dei Lincei. Margherita Hack è stata per lungo tempo membro dei gruppi di lavoro dell'ESA e della NASA.
L'astrofisica fiorentina ha scritto numerosi testi scientifici e divulgativi, fondato riviste di settore, ricevuto premi di grande rilevanza, onorificenze come la Medaglia d'oro ai benemeriti della scienza e della cultura nel 1998 e il riconoscimento di Dama di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana «per il costante e instancabile impegno profuso nella ricerca scientifica e al servizio della società, che la rende esempio di straordinaria dedizione e coerenza per le giovani generazioni» il 28 maggio 2012.
Per motivi di spazio non è possibile ricordare tutte le mirabili imprese di una donna così forte, grande pensatrice, attivista politica, illustre pensatrice.
Il 29 giugno 2013 all'età di 91 anni Margherita Hack si è spenta a Trieste, lasciando una scia luminosa con la sua esistenza per tutte le donne che portano avanti ogni giorno le loro idee con forza e determinazione.